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14/05/18

Inquinamento marino, riciclare non basta

I nodi dell'inquinamento legati all'uso improprio della plastica.
I Signori del Pianeta devono prendere provvedimenti urgenti.
La più profonda depressione oceanica del Pianeta è la fossa delle Marianne, che arriva a circa 11 mila metri sotto il livello del mare nell'oceano Pacifico, al largo delle coste del Giappone, Filippine e Nuova Guinea. Un'area oceanica balzata agli onori della cronaca in questi giorni per un ritrovamento "particolare". Non per la scoperta di una nuova specie di pesce o crostaceo, bensì per il rinvenimento della busta di plastica più "profonda" del Pianeta, a 10898 metri sotto il livello del mare. Un record difficile da battere.



La busta in questione è purtroppo in "buona compagnia" dato che, attraverso osservazioni disponibili in un database dell'Agenzia Giapponese delle Scienze Marine e terrestri, pare siano più di 3 mila i frammenti di plastica individuati nella fossa delle Marianne negli ultimi trent'anni.

Un terzo tra questi è rappresentato da pezzi di plastica ben visibili, e la quasi totalità (89%) deriva da prodotti in plastica usa e getta. Una scoperta sconcertante e allarmante: nemmeno le aree degli oceani più profonde e inaccessibili sono dunque immuni dall'inquinamento da plastica.

Inoltre, siamo di fronte a un insopportabile paradosso, visto che prodotti che utilizziamo solo per pochi secondi possono generare un inquinamento destinato ad affliggere per decenni o secoli i mari.
Purtroppo, questa contaminazione è destinata ad aumentare visto che la produzione di plastica a livello mondiale continuerà a crescere vertiginosamente nei prossimi anni

(secondo le previsioni la produzione sarà quadruplicata entro il 2050).



Già oggi, il sistema di riciclo e recupero di plastica a livello globale non regge: se dovessimo quadruplicare la produzione di plastica, finiremmo per affogarci dentro. Per salvare i mari del Pianeta servono misure drastiche e urgenti, partendo proprio dalla riduzione degli imballaggi monouso.


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